Pur non avendo trovato nella mia vita prove dell’esistenza di dio, ne ho viste parecchie che ne corroborano l’assenza.
– ovvero –
Mentre la bellezza dell’universo è compatibile tanto con l’esistenza quanto con l’assenza di un qualsiasi dio, gli orrori del mondo sono compatibili soltanto con la sua assenza.
Questo è tutto l’argomento. Quello che segue è manutenzione ordinaria, per chi ama dissentire. E c’è sempre qualcuno che ha voglia di dissentire, specialmente a stomaco pieno.
La prova è ciò che discrimina
Un fatto vale come prova solo se sarebbe risultato diverso sotto un’ipotesi diversa. Se due opposte teorie prevedono la stessa osservazione con la medesima facilità, l’osservazione tace.
È qui che muoiono quasi tutti gli argomenti a favore di dio, e muoiono comodi, circondati dai loro ammiratori.
Prendiamo il reperto standard. Una galassia a spirale. Una cellula che si divide. Il viso di una persona amata, nella luce del mattino. Il credente dice: non può essere un caso. Il non credente dice: gravità, chimica, tempo profondo e un cervello che si è evoluto per trovare gratificanti simmetria e struttura. Le due spiegazioni sono entrambe complete. Nessuna delle due lascia un residuo che l’altra non riesca a colmare.
E la bellezza ha un problema peggiore del primo. Noi siamo un prodotto di questo universo. Le nostre reazioni estetiche sono state calibrate qui dentro, da dentro, nell’arco di centinaia di migliaia di generazioni. Una creatura plasmata da un mondo troverà bello quel mondo. Tautologia. Chiamarla una firma equivale ad ammirare la calligrafia di una lettera che hai scritto tu, da ubriaco, e adesso non ricordi.
Quindi la bellezza si annulla. Regala la sensazione tiepida della conferma senza confermare niente. È una macchia di Rorschach con un ottimo ufficio stampa.
Gli orrori non si annullano
Adesso applichiamo lo stesso test all’altra metà del mondo.
Se nessuno si cura della bottega, gli orrori sono previsti con precisione. La sofferenza viene distribuita dalla tettonica, dalla virologia, dagli errori di duplicazione cellulare e dall’aritmetica della predazione. Cade sui giusti e sugli ingiusti esattamente nella proporzione in cui giusti e ingiusti si trovano sulla sua traiettoria. Non c’è logica morale nella distribuzione perché non c’è nessun agente morale che distribuisce. La teoria aderisce ai dati senza una sola correzione.
Se invece esiste un essere onnipotente, onnisciente e perfettamente buono, gli stessi fatti richiedono una spiegazione. Elaborata. Un’industria permanente della spiegazione, vecchia di millenni, ancora in attività. L’unica azienda al mondo che non ha mai consegnato un prodotto e continua a incassare acconti.
L’asimmetria è tutto l’argomento. Una ipotesi spiega il mondo. L’altra ha i compiti da fare e continua a chiedere la proroga degli esami.
Correzione dei compiti
Il libero arbitrio.
La migliore delle giustificazioni, e copre circa un terzo del programma. Rende conto del torturatore, del pogrom, dell’uomo che picchia la moglie. Non rende conto di assolutamente nulla in un terremoto, in una malformazione congenita, in una leucemia infantile, in un bosco che brucia con dentro gli animali. La natura non possiede arbitrio, e la natura fa la maggior parte delle vittime. E si noti cosa ammette questa giustificazione anche dove funziona: mette la libertà del torturatore sopra il corpo del bambino.
È un ordine morale che mi rifiuterei di firmare, e ho un bilancio morale piuttosto modesto.
La costruzione dell’anima.
La sofferenza forma il carattere. Vero. Un po’ di quel carattere ce l’ho anch’io e posso testimoniare che il tasso di cambio è pessimo. Ma l’argomento crolla proprio sui casi che contano: il neonato che muore prima di capire, la mente distrutta prima di poter imparare qualcosa dalla propria distruzione, l’animale che brucia da solo senza lezione o pubblico alcuni. La sofferenza che non costruisce niente è la stragrande maggioranza della sofferenza. Una pedagogia che ammazza quasi tutti i suoi allievi va chiamata in altro modo, e il nome ce l’abbiamo, lo sappiamo tutti.
Il bene superiore che ci sfugge.
Qui arriviamo all’ultima stanza della casa. Qui i credenti sono al sicuro per sempre, a un prezzo che raramente calcolano.
Il costo dell’ultima stanza
La difesa finale è che le ragioni di dio ci superano. Il cancro del bambino serve a uno scopo che non siamo attrezzati a percepire. Il nostro giudizio morale è uno strumento piccolo puntato su un oggetto infinito. È l’avvocato che chiede alla giuria di non guardare le fotografie.
Bene. Accettiamolo. E poi seguiamolo fino in fondo, che è l’unico posto dove valga la pena seguire qualcuno o qualcosa.
Se la bontà di dio è compatibile con qualunque osservazione possibile, se non esiste alcun evento che potrebbe contare contro di essa, allora la parola “buono” è stata silenziosamente svuotata del suo significato e riempito con qualcos’altro. Una bontà che non si presenta mai in un solo caso identificabile, che non è riconoscibile da nessuna parte, che si comporta in ogni aspetto misurabile come l’indifferenza, è indifferenza con un cartellino appuntato addosso.
A quel punto io e il credente stiamo descrivendo lo stesso universo con gli stessi contenuti nello stesso ordine. Il disaccordo riguarda il vocabolario. Il vocabolario è tutto suo e per quanto mi concerne, se lo tenga pure.
Questo intendo per prove che corroborano l’assenza. Il problema non si ferma alla traccia mancante. La presenza rivendicata è stata ridefinita fino a non poter più lasciare nessuna traccia. Ciò che per principio non è distinguibile dalla propria assenza ha già ceduto il punto, con garbo, in latino.
Nella mia vita
La metà personale della frase merita una riga a parte, perché l’argomento qui sopra è a disposizione di chiunque mentre questa parte è soltanto mia.
Ho attraversato il buono, l’ottimo, il pessimo e l’orribile. Ho guardato. Senza distrazione, e non sempre da una posizione comoda. Le preghiere, le mie e quelle di altri, hanno ottenuto risposta esattamente al tasso che ci si aspetta dal caso e dallo sforzo umano. Le persone perbene hanno sofferto puntuali come i treni di una volta. Le carogne hanno prosperato con la stessa puntualità, semmai con una vita migliore. Non è mai intervenuto niente in un modo che non fosse spiegabile con la scienza, la fortuna o la testardaggine di qualcuno, di solito la testardaggine di qualcuno.
Sessant’anni e rotti sono un piccolo campione di un universo grande. Lo concedo. Ma è l’unico campione che mi è stato assegnato, e i risultati sono coerenti.
Cosa non sto sostenendo
L’argomento morde un animale ben preciso: il dio onnipotente, onnisciente e perfettamente buono, tutte e tre le cose insieme. È una tesi forte, e le tesi forti costano poco ad essere affondate.
Un dio limitato sopravvive. Un dio distante sopravvive. Un dio che ha avviato la baracca e ha perso interesse sopravvive comodamente, e contro di lui non ho nessun argomento, solo un’alzata di spalle. Un dio crudele o distratto sopravvive del tutto, e anzi si adatta piuttosto bene ai dati. Nessuno ha mai sollevato il problema del male contro Zeus. Zeus avrebbe accettato le premesse e chiesto dove volessi arrivare, con folgore e saracche già pronte.
Il guaio è che gli dei superstiti sono quelli che non vuole nessuno. Non si possono pregare, non promettono niente, non consolano nessuno. Il dio in cui la gente crede davvero è quello con tutti e tre gli attributi, quello che conta i capelli e si accorge dei passeri. Lo stesso dio che viene smentito da un solo pomeriggio in un reparto di oncologia pediatrica.
Di nuovo
La bellezza dell’universo è una moneta che cade dalla stessa parte sotto entrambe le teorie. Non decide niente. Non avrebbe mai potuto.
Gli orrori sono una moneta che cade da una parte sola.
L’esperimento non l’ho scelto io. Io ho solo letto il risultato, e ho avuto la scortesia di riportarlo.
